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La diatriba tra comunità e parroco per la costruzione del nuovo Duomo (2)

 

            Della costruzione del nuovo Duomo s’iniziò a discutere negli anni Venti quando a Cormons i Domenicani avevano già cominciato a edificare la chiesa di San Leopoldo e il nuovo convento.

             Non ci sono documenti a tal proposito, ma non è escluso che la Comunità cormonese abbia deciso di ampliare la parrocchiale proprio perché, vedendo il progetto, si accorse che quella dei padri predicatori era più grande e più capiente chiesa matrice. Così il 19 ottobre 1728 è presentata all’arcidiacono di Gorizia, il cormonese Sartorio Del Mestri, un’istanza per ottenere il suo assenso all’ampliamento della pieve sostenendo che quella esistente era piccola e angusta per la popolazione esistente. Nella richiesta si dice chiaramente che per realizzare il nuovo edificio devono venir demolite alcune case. I proprietari non intendono ottenere in cambio del denaro contante, ma vogliono avere in permuta altre case sempre nella zona della centa.

Ma qui nasce una diatriba con il parroco: proprio per la demolizione di alcune case è al centro della querelle tra gli abitanti, la Comunità cormonese e il pievano. Una diatriba che Sartorio Del Mestri è chiamato a dirimere. L’arcidiacono rimette la richiesta avanzata dalla Comunità, per informazione e per un parere al parroco don Rodolfo Antonio Coronini, che in quel tempo non risiedeva a Cormons. I parroci a quei erano di nomina imperiale e risiedevano altrove; a Cormons si facevano vedere raramente, alcuni solamente per prendere possesso, altri neppure per quello. La cura d’anime era affidata al vicario, che veniva invece nominato dal Consiglio dei 12, che era un organismo previsto dagli Statuti comunali e veniva rinnovato ogni anno dal popolo. Anche alcuni parroci come il marianese Pietro Ragno, che chiedevano di poter risiedere a Cormons e avevano trovato la contrarietà dei nobili, dalla Comunità e dal vicario, erano stati costretti a rinunciare.  Il vicario eletto dalla comunità era poi confermato dai patriarchi che lo istituiva canonicamente ed era inamovibile. Questo privilegio fu abolito alla fine del Settecento dal primo arcivescovo di Gorizia Carlo Michele Attems. Nel frattempo, dal 1733 i parroci iniziarono a risiedere a Cormons e il primo fu il barone don Francesco Saverio de’ Terzi.  

Alla lettera di Del Mestri il parroco Coronini risponde il 29 ottobre negando il suo assenso. Il sacerdote sostiene, infatti, che, anche se la chiesa dovesse essere angusta, a Cormons ce ne sono tante altre da soddisfare le esigenze della comunità.  Poi, c’è il problema di dover demolire due case e una terza da acquistare in permuta con grande perdita economica per le casse della chiesa. Don Coronini scrive che potrebbe dare il suo assenso solo nel caso che “li vicini e coabitanti” contribuiscano col proprio capitale a indennizzare la chiesa del denaro perduto.

La Comunità e i camerari, che amministravano i beni della parrocchia, conoscendo le contrarietà del parroco e le sue motivazioni, avevano già messo da parte il denaro necessario per adempiere alle richieste di don Coronini. Porta la data del 31 maggio 1730 un preventivo di spesa per                                                                                                                                                                                                                                          stilato da JO. Bernardino Grinichetti Fari e ammontante a Lire  2.730 pari a 455 ducati.

Il 10 giugno 1730 l’arcidiacono, visti i documenti presentati dalla comunità, concede la licenza per l’allargamento della chiesa, sicuro che “verrà adoperata tutta la vigilanza per minorare li dispendii della veneranda chiesa”. Ma ci vorranno ancora 26 anni per vedere l’apertura del cantiere.

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